Durante il risveglio, mi avvolgo dell’essenza del grazie. Non si tratta di una parola, per me è medicina. Una di quelle che non può mancare, nel respiro. Non ne sento il suono, ma l’essenza. Lo abito, con gentilezza. Se fosse per me, aprirei scuole del grazie. Dove le persone possano praticare l’arte della gentilezza. All’ingresso, immaginerei un cartello con uno slogan del tipo: “Qui puoi trovare ciò che cresce quando smetti di trattenere”. Un’immensità di campi, colorati di unione e condivisione. Nella libertà di seminare, ma non di raccogliere. Iniziando da una semplice pratica, fino a diventarne un’essenza. Proprio come il fiore che sboccia e lascia il gambo.
Ma che senso avrebbe se non posso raccoglierlo? Passeggi in riva al mare, accarezzato dal sole. Ti immergi tra le sue braccia, tutto si alleggerisce dolcemente. Ti sembra quasi magia, ma non lo è. È la poesia di una vita lenta che ti attraversa. Eppure, non la ringrazi. Passeggi scalzo sulla terra, diventando tutt’uno con essa, senti la vita sotto i piedi. Priva di giudizio, ti dona l’amore incondizionato di una madre verso il proprio figlio. Gli alberi ascoltano il tuo silenzio, sussurrano con il vento tra gli animali. L’acqua ti scorre al fianco. Percepisci una danza, priva di musica. Non hai più un nome né un’appartenenza. Eppure, non la ringrazi.
Rientri a casa, il corpo ha assorbito l’antipasto della terra. Lo riconosci, lo senti dalla testa ai piedi: leggerezza, libertà, vibrazione. Il respiro è più lento, senza pratica alcuna, senza un abito, senza un ruolo. Solo presenza, ascolto, silenzio. Sei semplicemente nell’essere. Eppure, non lo ringrazi. Varchi la soglia di casa, sul tavolo hai del buon cibo ad aspettarti. Ne senti il profumo, ne percepisci i colori, puoi assaporarlo. Puoi decidere il tempo, il come, il quando e il dove cibarti di esso. Eppure, non lo ringrazi. Davanti a tanta grandezza del reale.
Ti sdrai a terra e guardi il soffitto. Chiudi gli occhi, lo attraversi. Siedi accanto alla luna, il buio ti ricorda da dove provieni. Le luci formano costellazioni di gratitudine e la vita ti fa un cenno di sorriso. Ti poni una domanda gentile: “Siamo così attenti a vedere sempre ciò che manca, ma ciò che abbiamo intorno non è già abbastanza? A volte penso che sia anche troppo, quasi al punto da non riuscire a digerirlo.” Il giorno sta terminando, ricordandoti che il domani non sarà più lo stesso. E solo l’essenziale ti ha attraversato oggi.
Stai per addormentarti. In quell’attesa di digerire tanta bellezza, scegli di esprimere un pensiero tra le nuvole: “Credo che il grazie sia nell’aria, se solo si riconoscesse. Penso che sia un’essenza, non appartenenza. Quando non bado a ciò che raccolgo, quando non necessito di trattenere, quando fluisco nell’impermanenza, mi prendo cura delle cose più intensamente. Ogni giorno è un giorno nuovo. Ed è qui che mi ritrovo, in un semplice cerchio, non più una linea. Questo sentiero è accessibile a tutti, ma non si percorre, si osserva. Forse è un modo gentile di stare al mondo. Dove scegli di essere gentile con la vita. Dove abiti il grazie, ma non lo indossi. Perché, d’altronde, neanche la gratitudine si trattiene.”
Grazie, cara terra. Ti devo la vita stessa che mi hai donato. Grazie per questo battito.
Grazie, cara terra.
Ti devo la vita stessa che mi hai donato. Grazie per questo battito.
*Questo flusso ha preso anche forma visiva, osserva le immagini del suo passaggio.




